Roberto non aveva bene idea di cosa aspettarsi dal mondo della cooperazione. Prima di entrare al Rastrello lavorava come geometra in aziende tradizionali. Per un periodo infatti si muove nel settore edile, un ambiente in cui le dinamiche tra colleghi appaiono più classiche e il lavoro facilmente prevedibile, senza grandi sorprese.
Svolge anche praticantato in uno studio di architettura, che lo porta all’assunzione in un’impresa per la quale si occupa di gestione dei cantieri edili. La sua vita professionale sarebbe forse continuata in questa direzione, se non fosse per un linfoma che irrompe a richiedere il suo tempo e le sue energie, in cerca di una completa guarigione.
La terapia va bene e il periodo di malattia si risolve al meglio, ma per Roberto rimane nella memoria come una fase di travaglio, dalla quale è molto contento di essere uscito e da allontanare il prima possibile con una ripartenza. Dopotutto, tocca tornare a lavorare!
Il suo nuovo inizio è proprio in cooperativa, con un ruolo amministrativo. Questo lo porta ad aspettarsi qualcosa di più convenzionale rispetto a quello che sarà il suo lavoro quotidiano. Infatti, oltre alla burocrazia e ai documenti, Roberto si trova presto a seguire cantieri e ragazzi al lavoro, con una crescita professionale inaspettata o, come la chiama lui, “un exploit di competenze”.
Arriva infatti in una fase di crescita, mentre Il Rastrello si sposta dal BIC alla sede attuale per allargare spazi e attività. Organizzare sia i documenti che le squadre di lavoratori non è facile, soprattutto in un momento di cambiamenti profondi e crescita veloce.
Ma ne vale davvero la pena, perché Roberto si trova bene con tutti e si rende conto che al mattino si alza contento per venire al lavoro. Questo nonostante abiti un po’ distante, a differenza di altri posti dove “ti fai più nervoso” anche negli spostamenti tra casa e ufficio.
I colleghi lo coinvolgono presto e l’istinto, per lui, è di chiamarli così, invece che “i miei operai”. Chi lavora in cantiere ha “operai”; lui lavora in cooperativa, e il vede come compagni; come se fosse fuori con loro a svolgere il lavoro manuale.
“Mi auguro di non andarmene mai”, dice. Mano a mano che i lavori crescono è difficile rimanere spensierati e mantenere una certa libertà, ma Roberto pensa che si possa, con le particolarità di ognuno, mantenere l’identità lavorativa che lo lega alla cooperativa.
A Roberto è ben chiaro che la competizione con le aziende e le imprese non sociali rischia di irrigidire la struttura del lavoro di cooperazione, ma sente anche la responsabilità, in quanto nuova generazione, di mantenere il Rastrello solido nel tempo, senza rinunciare alle sue caratteristiche.
Dopotutto, dopo la difficoltà del periodo di cura trova nella cooperativa, lui stesso definisce il lavoro in cooperativa come una ricompensa, una compensazione a tutta la fatica e l’oscurità della malattia. Una squadra a cui offrire impegno ed energie, in cui aiutare a piantare radici sempre più solide e profonde.